Alexis de Tocqueville

La Democrazia in America (volume secondo)


1.

Pubblicato a distanza di cinque anni dal primo, il secondo volume de La democrazia in America, destinato a rappresentare una pietra miliare nella storia del pensiero sociologico, introduce una prospettiva diversa che giustifica lo scarso successo con cui è stato accolto dai contemporanei.

Su questa diversità - di metodologia, di contenuto, di valutazioni, ecc. - si è aperto un dibattito tra gli studiosi che, ancora oggi, non è concluso. Senza entrare nei particolari, sembra possibile identificare nell’arco delle interpretazioni due diversi orientamenti che tendono a privilegiare la sostanziale continuità o discontinuità tra i volumi. Una lettura attenta avvalora entrambi gli orientamenti, ma li riconduce ad una contraddizione intrinseca alla psicologia e alla visione del mondo di Tocqueville.

Egli fa riferimento ad un modello ideale di uomo nel quale la libertà, l’uguaglianza, la virtù (intesa come coscienza sociale e morale) e lo spirito critico convivono, si compensano e si esaltano a vicenda. Si tratta, a ben vedere, di un modello che dovrebbe integrare i valori dell’aristocrazia con quelli della democrazia. E’ alla luce di esso che Tocqueville esplora il passato, il presente e formula previsioni sul futuro. Il passato gli fornisce la certezza che l’aristocrazia ha sacrificato l’uguaglianza sull’altare della virtù, il presente la conferma che l’uguaglianza , affiorata vorticosamente in Europa con la Rivoluzione francese e più quietamente negli Stati Uniti, in conseguenza di circostanze singolari e irriproducibili, è ormai un valore incoercibile e destinato ad essere rivendicato da tutta l’umanità. Il problema è il futuro. Dove approderà l’uguaglianza: alla realizzazione di quel modello o ad un discostamento più o meno rilevante da esso?

L’augurio di Tocqueville è che, sulla scorta degli Stati Uniti, l’estensione della democrazia agli altri paesi possa promuovere un salto di qualità sulla via della civilizzazione, sia pure al prezzo di una normalizzazione modellata dal potere politico, economico e culturale della classe media borghese. Tale augurio, però, viene ad urtare contro la sua onestà intellettuale che lo porta ad analizzare senza remora i pericoli della democrazia, già accennati nel primo volume.

Per quanto sia illecito sostenere che tale analisi scuota la convinzione di fondo di Tocqueville riguardo al fatto che la democrazia è il migliore dei sistemi politici possibili, non c’è ombra di dubbio che essa porta l’autore sul terreno di una critica radicale della società di massa.

Di questa critica occorre dare conto, poiché essa ha anticipato profeticamente sia alcuni sviluppi della società che sono assolutamente inquietanti sia la critica sociologica del sistema sia di matrice marxista che weberiana.

2.

Il secondo volume ha una struttura singolare, evidentemente a lungo meditata. Esso consta di quattro parti i cui titoli sono rispettivamente: Influenza della democrazia sul movimento intellettuale negli Stati Uniti, Influenza della democrazia sui sentimenti degli Americani, Influenza della democrazia sui costumi propriamente detti, Influenza che esercitano le idee e i sentimenti democratici sulla società politica.

Dalla struttura riesce evidente che Tocqueville, pur partendo nuovamente dalla società statunitense, laddove le conseguenza della libertà e dell’uguaglianza appaiono più evidenti, allarga poi la sua ottica ad una qualunque società politica che adotti tali valori, ad una società ideale, dunque, che egli cerca di ricavare e di analizzare a livello psicosociologico, di cultura e di costume tenendo conto dell’influenza di quei valori.

Questa metodologia, che dal particolare risale all’universale, anche se si ritrova qua e là nel primo volume, è costante nel secondo e dà ad esso un timbro particolare. A posteriori sembra del tutto evidente che si tratta di un saggio di antropologia politica con una spiccata accentuazione dell’aspetto psicosociologico, vale a dire dell’influenza che i valori culturali prodotti dalla democrazia esercitano sui vissuti, i comportamenti e la visione del mondo dei cittadini.

Al di là della metodologia, c’è un problema centrale, che, in un certo senso, fa da tessuto connettivo all’opera. E’ il futuro della democrazia l’assillo di Tocqueville: tanto questi è convinto che, una volta affiorato storicamente, l’uguaglianza è un valore destinato ad imporsi universalmente, quanto appare ricorrentemente preda del dubbio che le sue potenzialità “degenerative” possano infine avere la meglio su quelle evolutive.

Questo problema, anticipato nel primo volume, compare già nel secondo capitolo piuttosto inaspettatamente dato il suo titolo (La principale origine delle fedi religiose presso i popoli democratici). Vi si legge:

“Le credenze dogmatiche sono più o meno numerose secon­do i tempi. Esse nascono in modi diversi e possono cambiare di forma e di contenuto, ma non si può evitare che vi siano credenze dogmatiche: opinioni cioè che gli uomini accettano sulla fiducia e senza discutere. Se ognuno si mettesse perso­nalmente a formarsi tutte le proprie opinioni e a ricercare la verità facendosi strada da solo, non è probabile che molte persone si sarebbero mai riunite in una credenza comune.

Ora, è facile accorgersi che non esiste società che possa prosperare o, meglio, che possa sussistere, senza credenze si­mili; senza idee comuni, infatti, non vi è azione comune e, senza azione comune, esistono sì gli uomini, ma non un cor­po sociale. Perché vi sia società e, a maggior ragione, perché questa società prosperi, bisogna quindi che tutti gli spiriti dei cittadini siano uniti e tenuti insieme da alcune idee prin­cipali; e questo non sarebbe possibile, se ciascuno non an­dasse a volte ad attingere le proprie opinioni da una stessa fonte e non consentisse ad accettare un certo numero di cre­denze già fatte.

Se poi considero l'uomo singolarmente, scopro che le credenze dogmatiche non gli sono meno indispensabili per vivere solo che per agire insieme ai suoi simili.

Se l'uomo fosse costretto a dimostrare a se stesso tutte le verità di cui si serve ogni giorno, non la finirebbe più: si esaurirebbe in dimostrazioni preliminari senza mai andare avan­ti; siccome, però, non ha né il tempo, a causa della breve du­rata della vita, né la facoltà, a causa dei limiti della sua intel­ligenza, di agire in tal modo, finisce obbligatoriamente col prendere per assodati un gran numero di fatti e di opinioni che non ha avuto né l'agio, né la possibilità di esaminare e di verificare da solo, ma che sono stati trovati da altri più inge­gnosi o che la generalità degli uomini ha adottato. Soltanto su questo primo fondamento l'uomo può costruire autono­mamente l'edificio dei propri pensieri. Non è la sua volontà che lo porta a procedere in questo modo, ma vi è costretto dalla legge inflessibile della sua condizione.

Non c'è al mondo un così grande filosofo che non creda un'infinità di cose sulla parola di altri, e che non supponga molte più verità di quante ne dimostri.

Ciò non soltanto è necessario, ma anche auspicabile. Un uomo, che si mettesse ad esaminare tutto personalmente, po­trebbe accordare ad ogni cosa soltanto poco tempo e poca at­tenzione; questo lavoro terrebbe la sua mente in una perenne agitazione, che gli impedirebbe di penetrare profondamente qualunque verità e di radicarsi saldamente in qualsivoglia certezza. La sua intelligenza sarebbe nello stesso tempo indi­pendente e gracile. È quindi necessario che egli attui una scelta tra i diversi oggetti delle opinioni umane, e che adotti molte convinzioni senza discuterle, per poter meglio appro­fondire quell'esiguo numero di cui si è riservato l'esame.

È vero che l'uomo che accetta un'opinione fidandosi del­la parola altrui rende schiavo il suo intelletto; ma si tratta di una sottomissione salutare, che permette di fare un buon uso della libertà.

Qualunque cosa accada, dunque, non si può fare a meno, nel mondo intellettuale e morale, di incontrare, da qualche parte, l'autorità. Il suo luogo è variabile, ma essa deve neces­sariamente avere un posto. L'indipendenza individuale può essere più o meno grande, ma essa non può essere illimitata. La questione non è, perciò, se esista o no un'autorità intel­lettuale nei secoli democratici, ma soltanto di sapere dov'è concentrata, e in quale misura…

Quando le condizioni sono disuguali e gli uomini dissi­mili, vi sono alcuni individui di superiore educazione, assai istruiti e dalla poderosa intelligenza, e una moltitudine ignorante ed ottusa. Le persone che vivono in tempi aristo­cratici sono, dunque, naturalmente portate a prendere co­me guida delle loro opinioni la ragione superiore di un uo­mo o di una classe, mentre sono poco disposti a riconosce­re l'infallibilità della massa.

Accade il contrario in tempi di uguaglianza. Via via che i cittadini divengono più uguali e più simili, la tendenza di ciascuno a credere ciecamente in un certo uomo o in una certa classe, diminuisce. La disposizione a credere nella massa aumenta, ed è sempre più l'opinione comune a guidare il mondo.

Non soltanto l'opinione comune è l'unica guida che ri­manga alla ragione individuale presso i popoli democratici, ma tra questi popoli essa ha un potere infinitamente mag­giore che in tutti gli altri. Nei tempi in cui regna l'uguaglian­za, gli uomini non hanno nessuna fede gli uni negli altri per via della loro somiglianza; ma questa stessa somiglianza dà loro una fiducia quasi illimitata nel giudizio del pubblico, poiché non sembra loro verosimile che, avendo tutti pari ca­pacità intellettiva, la verità non stia dalla parte dei più.

Quando l'uomo che vive nei paesi democratici si con­fronta individualmente a tutti coloro che lo circondano, sen­te con orgoglio di essere uguale a ogni altro; allorché, però, si mette a considerare l'insieme dei suoi simili e a porsi da solo vicino a questo grande corpo, immediatamente si sente op­presso dalla propria insignificanza e dalla propria debolezza.

Quella stessa uguaglianza che lo rende indipendente da ciascuno dei suoi concittadini, preso singolarmente, lo lascia solo e indifeso in balìa della maggioranza.

La collettività, dunque, dispone presso i popoli democra­tici di un potere singolare, di cui le nazioni aristocratiche non potevano nemmeno avere un'idea: essa non diffonde le sue opinioni con la persuasione, ma le impone e le fa pene­trare negli animi attraverso una sorta di immensa pressione del modo di pensare di tutti sull'intelligenza di ognuno.

Negli Stati Uniti, la maggioranza si fa carico di fornire agli individui una gran quantità di opinioni già predisposte, sollevandoli dall'obbligo di formarsene di proprie. Vi sono numerose teorie in materia di filosofia, di morale o di politi­ca, che ciascuno adotta così, senza esame, dando credito ai più; e, se si guarda da vicino, si vedrà che la stessa religione regna laggiù assai meno come dottrina rivelata che come opinione comune.

So che, tra gli Americani, le leggi politiche sono tali che la maggioranza governa sovrana la società, e questo accre­sce notevolmente il dominio che essa esercita in modo na­turale sull'intelligenza. Non vi è, infatti, nulla di più con­sueto all'uomo che riconoscere una saggezza superiore in colui che l'opprime.

Questa onnipotenza politica della maggioranza negli Sta­ti Uniti aumenta, in effetti, l'influenza che le opinioni della collettività già avrebbero, senza di essa, sul modo di pensare di ogni singolo cittadino, ma non ne è la causa. È nella stes­sa uguaglianza che bisogna cercare l'origine di questa in­fluenza, e non nelle istituzioni più o meno popolari che uo­mini uguali possono darsi. È probabile che il dominio intel­lettuale dei più sarebbe meno assoluto presso un popolo de­mocratico soggetto a un re, che non in una democrazia pura; ma esso sarà sempre assoluto, e quali che siano le leggi poli­tiche che governano gli uomini in tempi di uguaglianza, si può prevedere che la fede nell'opinione pubblica diventerà una specie di religione, di cui la maggioranza sarà il profeta.

L'autorità intellettuale sarà dunque diversa, ma non minore; e, lungi dal credere alla sua scomparsa, prevedo vero­simile che possa divenire troppo grande. Potrebbe persino accadere che essa alla fine rinchiuda il movimento della ra­gione individuale entro limiti più angusti di quelli che con­vengono alla grandezza e al benessere della specie umana. Vedo chiaramente nell'uguaglianza due tendenze: una che porta la mente di ogni uomo verso pensieri nuovi, l'altra che vorrebbe ridurla a non pensare più. E mi accorgo di come, sotto il dominio di certe leggi, la democrazia potrebbe soffo­care la libertà intellettuale che l'assetto sociale democratico favorisce, in modo tale che, dopo aver rimosso tutti gli osta­coli che un tempo gli erano imposti da certe classi o da certi uomini, l'intelletto finirebbe per vincolarsi strettamente alle generali volontà del grande numero.

Se, al posto di tutte le diverse forze che impedivano o ri­tardavano oltre misura lo slancio della ragione individuale, i popoli democratici mettessero il potere assoluto di una mag­gioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare ca­rattere. Gli uomini non avrebbero affatto trovato il modo per vivere indipendenti; avrebbero solo scoperto, cosa diffi­cile, un nuovo volto della servitù.” (p. 15 -19)

3.

L’analisi della citazione rivela sia il nuovo impianto metodologico, più incline rispetto al primo volume a considerazioni di natura filosofica, sia il “tarlo” di Tocqueville: la possibilità che una rivoluzione affiorata per affermare i diritti inalienabili dell’individuo possa esitare in un regime che di fatto li viola, tra l’altro con modalità molto più insidiose rispetto al passato quando essi erano conculcati dalla stessa struttura sociale e dalla dominante ideologia della disuguaglianza naturale.

Il paradosso di fondo è che lo stesso sistema il quale, riconoscendo l’uguaglianza tra gli esseri umani e la libertà di ciascuno di essi di ragionare con la propria testa, dovrebbe promuovere un’estrema differenziazione dei modi di vedere, di pensare e di agire e, da ultimo, una crescita del potere critico della coscienza individuale e sociale, porta invece ad una crescente tendenza ad aderire passivamente al senso comune. C’è in questo paradosso un aspetto che pone in luce una tendenza intrinseca allo “spirito umano”, che Tocqueville coglie con grande acutezza:

“Se lo spirito umano si mettesse ad esaminare e a giudicare individualmente tutti i casi partico­lari che lo colpiscono, finirebbe assai presto per perdersi nel­l'immensità dei particolari e non vedrebbe più nulla; in que­ste condizioni estreme, egli fa ricorso ad un procedimento imperfetto, ma necessario, che viene in soccorso alla sua de­bolezza nel tempo stesso in cui la prova.

Dopo aver considerato superficialmente un certo numero di oggetti e notato che essi si somigliano, egli dà a tutti uno stesso nome, li mette da parte e prosegue per la sua strada.

Le idee generali non attestano minimamente la forza del­l'intelligenza umana, quanto piuttosto la sua insufficienza, poiché non vi sono esseri perfettamente simili in natura, né fatti identici, né regole applicabili indistintamente e allo stesso modo a diversi oggetti in una volta.

Le idee generali sono ammirevoli per questo: esse per­mettono all'intelletto umano di portare giudizi rapidi su un gran numero di oggetti contemporaneamente; d'altra parte, però, esse gli forniscono solo nozioni incomplete e gli fanno sempre perdere in esattezza ciò che gli danno in estensione. Con il passare del tempo, le società prendono conoscen­za di fatti nuovi e si impadroniscono ogni giorno, quasi sen­za accorgersene, di alcune verità particolari.

A mano a mano che l'uomo coglie sempre più numerose verità di questo tipo, è portato per natura a concepire un mag­gior numero di idee generali. Non si può guardare separata­mente una moltitudine di fatti particolari senza scoprire, alla fine, il nesso comune che li unisce. Parecchi individui fanno percepire la nozione di specie; diverse specie portano neces­sariamente a quella di genere. L'abitudine e l'inclinazione per le idee generali, in un popolo, saranno dunque tanto maggio­ri, quanto più le sue conoscenze saranno antiche e numerose…

Lo stato più o meno progredito delle conoscenze, non ba­sta, dunque, da solo a spiegare che cosa ispira all'intelletto umano l'amore per le idee generali o che cosa invece lo dis­toglie da esse.

Quando le condizioni sono fortemente diseguali, e le dis­eguaglianze sono permanenti, gli individui diventano a poco a poco così dissimili, da far pensare che vi siano tante uma­nità distinte quanti sono i ceti e le categorie sociali. E poiché non se ne scopre mai che una alla volta, si perde di vista il nesso generale che le riunisce tutte nel vasto grembo del ge­nere umano e si prendono in considerazione soltanto alcuni uomini, e non l'uomo.

Coloro che vivono nelle società aristocratiche, quindi, non concepiscono mai idee veramente generali in relazione a se stessi, e questo basta perché provino per tali idee una diffidenza abituale e una repulsione istintiva.

L'uomo che abita nei paesi democratici, invece, scopre vi­cino a sé soltanto esseri più o meno simili; egli non può dun­que pensare a una qualsiasi parte della specie umana, senza che il suo pensiero si allarghi e si dilati fino ad abbracciare l'insieme. Tutte le verità che si applicano a lui gli sembrano applicabili, in modo più o meno uguale, a ciascuno dei suoi concittadini o dei suoi simili. Avendo acquisito l'abitudine delle idee generali nell'ambito del suo studio di cui maggior­mente si occupa e che più lo interessa, egli trasferisce questa stessa abitudine in tutti gli altri contesti, ed è così che il biso­gno di scoprire regole comuni in tutte le cose, di raccogliere un gran numero di oggetti sotto una stessa forma e di spie­gare un insieme di fatti mediante una sola causa diventa una passione ardente e spesso cieca dello spirito umano…

Gli uomini che vivono in secoli di eguaglianza hanno molta curiosità e poco tempo libero; la loro vita è così prati­ca, così complicata, così agitata, così attiva, che resta loro po­chissimo tempo per pensare. Gli uomini delle epoche demo­cratiche amano le idee generali, poiché li dispensano dallo studiare i casi particolari; esse contengono, se così posso esprimermi, molte cose in un piccolo spazio e danno, in po­co tempo, un grande risultato. Allorché, quindi, dopo un esa­me rapido e distratto, credono di scorgere un rapporto co­mune tra certi oggetti, non approfondiscono ulteriormente la loro ricerca e, senza esaminare nei particolari come mai questi oggetti si assomiglino o differiscano, si affrettano a classificarli tutti sotto la stessa etichetta, per passare oltre.

Uno dei caratteri distintivi dei secoli democratici è il gu­sto che provano tutti gli uomini per i facili successi e per i go­dimenti immediati. Questo si riscontra sia nelle professioni intellettuali, sia nelle altre. La maggior parte di coloro che vivono in tempi di eguaglianza sono pieni di un'ambizione viva e molle insieme; vogliono ottenere subito grandi suc­cessi, ma vorrebbero esimersi dal compiere grandi sforzi. Questi istinti contrari li portano direttamente alla ricerca di idee generali, per mezzo delle quali si illudono di operare

con poca spesa la rappresentazione di vasti oggetti e di atti­rare facilmente gli sguardi del pubblico.

E non so se abbiano torto a pensare così: i loro lettori, in­fatti, hanno, non diversamente da loro, lo stesso timore di approfondire e normalmente cercano nella produzione in­tellettuale soltanto piaceri facili e istruzione senza fatica.

Se le nazioni aristocratiche non fanno abbastanza uso delle idee generali, e mostrano verso di esse un disprezzo sconsiderato, succede, al contrario, che i popoli democratici siano sempre pronti ad abusare di questo genere di idee e ad infiammarsene eccessivamente.” (pp. 20-25)

Il tema evidentemente è quello della tirannia della maggioranza, già enunciato nel primo volume, che nel secondo viene ripreso e arricchito non solo come problema politico, ma psicosociologico e culturale.

Se si considera che la generalizzazione è un meccanismo universale, al quale possono sfuggire solo uomini dotati di una particolare spirito critico o, al limite, solo una società programmata per alimentare questo, non ha senso drammatizzare la tirannia della maggioranza, anche se essa promuove una nuova forma di dispotismo che, oggi, occorrerebbe definire con il termine più preciso di conformismo di massa. Si tratta, di volta in volta, di valutare le idee, i valori i luoghi comuni che essa promuove e stabilizza in una determinata società.

Per quanto concerne la democrazia Tocqueville ne ha identificati quattro di grande portata: l’uguaglianza, la libertà, l’individualismo e la ricerca del benessere materiale (che oggi definiremmo edonismo).

4.

L’uguaglianza è il valore che Tocqueville ha scoperto come fondamento della democrazia americana: un valore che lo ha esaltato, non da ultimo perché esso sembra ricondursi al principio evangelico della comune figliolanza e della pari dignità. Sulla base di esso, nel primo volume, l’autore normanno ha fornito un resoconto della prima società pervenuta storicamente a prendere quel valore sul serio nel quale le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre.

A distanza di cinque anni, la valutazione dell’uguaglianza è più complessa. Il suo valore rimane fuor di dubbio, se non altro perché essa promuove l’intuizione della perfettibilità umana:

“L'eguaglianza suscita nello spirito umano diverse idee che senza di essa non gli sarebbero venute, e modifica quasi tut­te quelle che esso già possedeva. Prendo a esempio l'idea della perfettibilità umana, perché è una delle principali che l'intelligenza possa concepire e costituisce, di per sé, una grande teoria filosofica, le cui conseguenze si fanno conti­nuamente sentire nella pratica degli affari.

Benché l'uomo assomigli per molti aspetti agli animali, possiede una qualità che è particolare a lui solo: è capace di perfezionarsi, gli animali invece non si perfezionano affatto. La specie umana non ha potuto fare a meno di scoprire, fin dalle origini, questa differenza. L'idea della perfettibilità è quindi antica quanto il mondo: non è stata l'uguaglianza che le ha dato origine, ma essa le conferisce un carattere nuovo…

A mano a mano che spariscono le caste, che i ceti si avvi­cinano, che, col mescolarsi turbinoso degli uomini, variano gli usi, i costumi e le leggi, che sopraggiungono fatti nuovi, che nuove verità sono messe in luce, che scompaiono opinio­ni antiche e altre prendono il loro posto, l'immagine di una perfezione ideale e sempre fuggitiva si presenta all'intelletto. Sotto gli occhi di ogni uomo avvengono, allora, ad ogni istante, cambiamenti continui. Gli uni peggiorano la sua po­sizione, ed egli si rende conto fin troppo bene che un popolo o un individuo, per quanto illuminati, non siano infallibili; gli altri migliorano la sua situazione, ed egli ne conclude che l'uomo in generale è dotato della facoltà illimitata di perfe­zionarsi. I suoi rovesci di fortuna gli dimostrano che nessuno può illudersi di aver scoperto il bene assoluto; i suoi succes­si lo incitano a perseguirlo senza posa. Così l'uomo, sempre attraverso tentativi, cadendo, rialzandosi, spesso deluso, mai scoraggiato, tende incessantemente verso quella grandezza immensa che intravede confusamente in fondo alla lunga strada che l'umanità deve ancora percorrere.

Non si può immaginare quanti fatti derivino in modo spontaneo da questa teoria filosofica, secondo la quale l'uo­mo è indefinitamente perfettibile, e quale prodigiosa in­fluenza essa eserciti anche su coloro che, essendosi sempre solo preoccupati di agire e non di pensare, sembrano con­formarvi le loro azioni senza conoscerla. (p. 42-43)

L’uguaglianza, però, nella misura in cui diventa una passione morbosa, diventa una medaglia a due facce:

“La prima e la più viva passione che l'eguaglianza delle con­dizioni fa nascere, non c'è nemmeno bisogno di dirlo, è l'a­more di questa stessa eguaglianza. Non c'è quindi da stupir­si se ne parlo prima di tutte le altre.

Ciascuno ha potuto notare come, ai nostri tempi, e spe­cialmente in Francia, questa passione per l'eguaglianza oc­cupi un posto sempre più importante nel cuore umano. Si è detto cento volte che i nostri contemporanei nutrono un amore ben più ardente e ben più tenace per l'eguaglianza che per la libertà. Mi sembra tuttavia che non si sia ancora risaliti sufficientemente alle cause di questo fatto. Ora cer­cherò di farlo.

Si può immaginare un punto estremo in cui la libertà e l'eguaglianza si toccano e si confondono.

Supponiamo che tutti i cittadini partecipino al governo e che ciascuno abbia uguale diritto di parteciparvi.

Poiché nessuno differisce dai suoi simili, nessuno potrà esercitare un potere tirannico; gli uomini saranno perfetta­mente liberi, perché saranno tutti assolutamente eguali; e sa­ranno tutti perfettamente eguali, perché saranno assoluta­mente liberi. È verso questo ideale che tendono i popoli de­mocratici.

Ecco la forma più completa che l'eguaglianza possa pren­dere sulla terra; ne esistono, però, mille altre che, pur senza essere altrettanto perfette, non per questo sono meno care a questi popoli…

Sebbene gli uomini non possano diventare assolutamen­te eguali senza essere del tutto liberi, e di conseguenza l'e­guaglianza, al suo grado estremo, si confonda con la libertà, si ha dunque ragione di distinguere l'una dall'altra.

Il gusto che gli uomini provano per la libertà e quello che sentono per l'eguaglianza sono, in effetti, due cose distinte, e non temo di aggiungere che, presso i popoli democratici, so­no due cose diseguali.

A considerare ciò con attenzione, si vedrà che è possibile ritrovare in ogni epoca un fatto caratteristico e dominante dal quale dipendono tutti gli altri; questo fatto genera quasi sempre un'idea madre, o una passione principale, che finisce poi per attirare a sé e per trascinarsi dietro tutti i sentimenti e tutte le idee. È come il grande fiume verso cui sembra che corrano tutti i ruscelli dei dintorni.

La libertà si è manifestata agli uomini in tempi diversi e sotto varie forme; non è affatto legata ad un assetto sociale, e la si trova anche al di fuori delle democrazie. Essa non può dunque costituire il carattere distintivo dei secoli democratici.

Il fatto caratteristico e dominante che distingue tali seco­li è l'eguaglianza delle condizioni; la passione principale che agita gli uomini in quelle epoche è l'amore di questa egua­glianza.

Non chiedete quale fascino singolare trovino gli uomini delle età democratiche nel vivere eguali, né quali particola­ri ragioni possano avere per tenere tanto ostinatamente al­l'eguaglianza più che agli altri beni che la società offre loro: l'eguaglianza costituisce il carattere distintivo dell'epoca in cui vivono; questo basta a spiegare che la preferiscano a tutto il resto.

Comunque, indipendentemente da questa ragione, ve ne sono parecchie altre che, in ogni tempo, porteranno in gene­re gli uomini a preferire l'eguaglianza alla libertà.

Se mai un popolo potesse arrivare da solo a distruggere o anche solo a ridurre l'eguaglianza che regna al suo interno, lo potrebbe fare solo attraverso lunghi e penosi sforzi. Biso­gnerebbe che modificasse il proprio assetto sociale, abolisse sue leggi, rinnovasse idee, cambiasse abitudini, alterasse i co­stumi. Per perdere la libertà politica, invece, è sufficiente mancare di trattenerla, ed essa sfugge.

Gli uomini non tengono quindi all'eguaglianza soltanto perché è loro cara: vi sono attaccati anche perché credono che debba durare per sempre.

Che la libertà politica possa, nei suoi eccessi, compro­mettere la tranquillità, il patrimonio, la vita di individui pri­vati, non c'è nessun uomo tanto limitato e superficiale da non accorgersene. Soltanto le persone perspicaci e chiaro­veggenti scorgono invece i pericoli di cui ci minaccia l'e­guaglianza e, normalmente, evitano di segnalarli. Sanno che i mali che temono sono lontani e si illudono che colpiranno soltanto le generazioni future, di cui la generazione presen­te si dà scarso pensiero. I mali che la libertà porta con sé sono talvolta immediati; sono visibili da tutti e tutti, più o meno, li avvertono. I mali che può produrre l'estrema egua­glianza non si manifestano che a poco a poco, si insinuano gradualmente nel corpo sociale, non li si scorge che alla lontana e, quando diventano più violenti, l'abitudine ha già fatto sì che non li si avverta più.

I beni procurati dalla libertà non appaiono che a lungo andare ed è sempre facile misconoscere la causa che li ha generati.

I vantaggi dell'eguaglianza si fanno sentire fin da subito e quotidianamente è ravvisabile il procedere della loro fonte.

La libertà politica dà, di tanto in tanto, piaceri sublimi a un gruppo ristretto di cittadini.

L'eguaglianza procura ogni giorno una gran quantità di limitati appagamenti a tutti. Le attrattive dell'eguaglianza si avvertono in ogni momento, e sono alla portata di ognuno: i cuori più nobili non vi sono insensibili e le anime più volgari ne fanno la loro delizia. La passione che l'eguaglianza susci­ta sarà, dunque, allo stesso tempo energica e comune a tutti.

Gli uomini non potrebbero godere della libertà politica senza acquistarla mediante qualche sacrificio, e la raggiun­gono solo dopo molti sforzi. I piaceri che procura l'egua­glianza, invece, si offrono da soli: ogni piccolo avvenimento della vita privata sembra suscitarli e, per gustarli, non biso­gna far altro che vivere.

I popoli democratici amano l'eguaglianza in ogni tempo, ma in alcuni periodi storici spingono fino al delirio la passio­ne che nutrono per lei. Questo avviene quando l'antica ge­rarchia sociale, a lungo minacciata, finisce per essere com­pletamente distrutta, dopo un'ultima lotta intestina, e le bar­riere che separavano i cittadini vengono finalmente abbattu­te. Gli uomini si precipitano allora sull'eguaglianza come su una conquista, e vi si aggrappano come a un bene prezioso che sta per essere loro strappato. La passione dell'eguaglian­za penetra da tutte le parti nel cuore umano, si diffonde e lo occupa del tutto. Inutile dire agli uomini che, abbandonan­dosi così ciecamente a una passione esclusiva, comprometto­no i loro interessi più cari: essi rimangono sordi. Inutile ad­ditare la libertà che sfugge loro di mano, mentre guardano altrove: sono ciechi, o piuttosto non scorgono in tutto l'uni­verso che un unico bene meritevole di essere desiderato.

Quanto detto finora vale per tutte le nazioni democrati­che: quello che segue non riguarda che noi stessi.

Nella maggior parte delle nazioni moderne, e in partico­lare presso tutti i popoli del continente europeo, l'amore e l'idea della libertà hanno cominciato a germogliare e a cre­scere solo quando le condizioni cominciavano a diventare eguali, e come conseguenza di questa stessa eguaglianza. Fu­rono i monarchi assoluti quelli che si adoprarono di più per livellare le diverse classi tra i loro sudditi. Presso questi po­poli, l'eguaglianza è venuta prima della libertà; l'eguaglianza, dunque, era un fatto antico, quando la libertà era ancora qualcosa di nuovo; l'una aveva già creato opinioni, usi, leggi che le erano propri, allorché l'altra veniva per la prima volta alla luce. E così la seconda era ancora soltanto nelle idee e nelle tendenze, quando la prima era già penetrata nelle abi­tudini, si era impadronita dei costumi e aveva conferito una fisionomia particolare alle più piccole azioni della vita. Co­me stupirsi se gli uomini d'oggi preferiscono l'una all'altra? Penso che i popoli democratici abbiano un gusto natura­le per la libertà; lasciati a se stessi, la cercano, l'amano e pro­vano dolore nell'esserne separati. Per l'eguaglianza, però, hanno una passione ardente, insaziabile, eterna, invincibile; vogliono l'eguaglianza nella libertà e, se non possono otte­nerla, la vogliono anche nella schiavitù. Sopporteranno la povertà, l'asservimento, la barbarie, ma non sopporteranno l'aristocrazia.

Questo è vero in tutti i tempi, ma soprattutto nel nostro. Tutti gli uomini e tutti i poteri che vorranno lottare contro questa forza irresistibile ne saranno travolti e distrutti. Ai giorni nostri, la libertà non può affermarsi senza il suo soste­gno, e lo stesso dispotismo non può regnare senza di lei. (p.115-119)

I pericoli dell’uguaglianza spinta all’estremo sono dunque due. Il primo è che gli uomini, resi da essa insofferenti nei confronti di qualsivoglia privilegio, possano confondere la pari dignità con la parità assoluta. In conseguenza di questo, ed è un tema già sviluppato nel primo volume, essi giungono ad essere preda di un’invidia patologica che li intossica e fa sentire loro la perpetua mancanza di qualcosa che altri ha.

Il secondo pericolo concerne la libertà, che può essere sacrificata in nome dell’uguaglianza senza che le persone si rendano conto del sacrificio.

5.

L’individualismo è una delle intuizioni più felici di Tocqueville, che lo descrive in questi termini:

“Lindividualismo è un termine recente originato da un'i­dea nuova. I nostri padri non conoscevano che l'egoismo.

L'egoismo è un amore appassionato ed eccessivo di sé, che spinge l'uomo a riferire tutto soltanto a se stesso e a pre­ferire se stesso ad ogni cosa.

L'individualismo è un sentimento meditato e tranquillo, che porta ogni cittadino a isolarsi dalla massa dei suoi simili e ritirarsi in disparte con la sua famiglia e i suoi amici; cosic­ché, dopo essersi creato una piccola società per il suo torna­conto, abbandona volentieri la grande società a se stessa.

L'egoismo nasce da un istinto cieco; l'individualismo de­riva invece più da un giudizio errato che non da un senti­mento depravato. Trae origine tanto dai limiti dell'intelletto, quanto dai vizi del cuore.

L'egoismo inaridisce il germe di tutte le virtù; l'individua­lismo in un primo tempo si limita a prosciugare la sorgente delle virtù pubbliche, ma alla lunga attacca e distrugge tutte le altre e alla fine confluisce nell'egoismo.

L'egoismo è un vizio antico quanto il mondo: non appar­tiene a nessuna forma di civiltà in particolare.”

(p.120)

“L'individualismo è di origine democratica, e minaccia di svilupparsi via via che le condizioni divengono eguali.” (p 121)

Nonostante Tocqueville ritenga che il pericolo della trasformazione dell’individualismo in gretto egoismo sia stato scongiurato in America e possa essere scongiurato anche in Europa, la sua preoccupazione a riguardo è evidente:

“Gli Americani hanno combattuto con la libertà l'indivi­dualismo generato dall'uguaglianza, e l'hanno vinto.

I legislatori americani non hanno ritenuto che, per guari­re da una malattia tanto naturale al corpo sociale nei periodi democratici e insieme tanto funesta, fosse sufficiente accor­dare all'intera nazione una rappresentanza di se stessa; han­no pensato che fosse opportuno invece dare una vita politica a ogni singola parte del territorio, così da moltiplicare all'in­finito le occasioni per i cittadini di agire insieme, e da far sen­tire loro, in ogni momento, che dipendono gli uni dagli altri.

Questo significava agire con saggezza.

Gli affari generali di un paese occupano solo i principali cittadini. Costoro non si riuniscono che di tanto in tanto nei medesimi luoghi e, siccome accade che essi poi si perdano di vista, non si creano tra loro stabili legami. Quando invece si tratta di far dirigere gli affari particolari di una circoscrizio­ne dagli uomini che lo abitano, gli stessi individui sono sem­pre in contatto e, in qualche modo, sono obbligati a cono­scersi e a mostrarsi tra loro compiacenti.

È con difficoltà che si riesce a distogliere un uomo da se stesso per far sì che si interessi al destino di tutto lo Stato, poiché egli non capisce bene l'influenza che il destino dello Stato può esercitare sulla sua propria sorte. Ma se si tratta di far passare una strada lungo il confine della sua proprietà, si accorgerà al primo colpo d'occhio che c'è un rapporto tra questo modesto affare pubblico e i suoi più grandi affari pri­vati, e scoprirà, senza che glielo si indichi, lo stretto legame che in questo caso unisce l'interesse particolare all'interesse generale.

È dunque incaricando i cittadini dell'amministrazione dei piccoli affari, assai più che assegnando loro la direzione dei grandi, che li si interessa al bene pubblico e che si fa loro vedere il bisogno costante che hanno gli uni degli altri per produrlo.

È possibile, con qualche azione di grande risonanza, ac­cattivarsi di colpo il favore di un popolo; ma, per guadagnar­si l'amore e il rispetto della popolazione che vi circonda, oc­corre una lunga serie di piccoli servizi resi e di oscuri buoni uffici, un'abitudine costante alla benevolenza e una solida reputazione di disinteresse.

Le libertà locali, che fanno sì che un gran numero di cit­tadini attribuisca valore all'attaccamento dei vicini e delle comunità, riconducono perciò gli uomini incessantemente gli uni verso gli altri e, nonostante gli istinti che li dividono, li obbligano ad aiutarsi a vicenda…

Le libere istituzioni di cui dispongono gli abitanti degli Stati Uniti, e i diritti politici dei quali essi fanno largo uso ri­cordano di continuo e in mille modi a ogni cittadino che egli vive in società. Riconducono di continuo la sua mente all'i­dea che è dovere degli uomini, e anche loro interesse, ren­dersi utili ai propri simili; e siccome non trova nessun moti­vo particolare per odiarli, poiché non è mai né il loro schia­vo, né il loro padrone, il suo cuore è facilmente disposto alla benevolenza. Ci si occupa dell'interesse generale innanzi tutto per necessità, poi per scelta: quello che era calcolo di­viene istinto e, a forza di lavorare al bene dei propri concit­tadini, alla fine si contrae l'abitudine, e si prova soddisfazio­ne a servirli. (p. 127-129)

Le associazioni politiche che esistono negli Stati Uniti rappresentano un caso particolare nell'immenso panorama delle associazioni.

Gli Americani di qualsiasi età, condizione ed ingegno si associano di continuo. Non soltanto creano associazioni commerciali e industriali di cui tutti fanno parte, ma ne han­no anche di mille altri generi: religiose, morali, gravi, futili, generali e specifiche, immense e piccolissime. Gli Americani si associano per organizzare feste, fondare seminari, costrui­re locande, innalzare chiese, diffondere libri, inviare missio­nari agli antipodi; creano in questo modo ospedali, prigioni e scuole. Si associano anche quando devono fare emergere una verità o esporre un'idea coll'appoggio di un esempio notevole…

Così, il paese più democratico della terra è proprio quel­lo in cui gli uomini hanno maggiormente perfezionato ai giorni nostri l'arte di perseguire in comune l'oggetto dei lo­ro comuni desideri e hanno applicato questa nuova scienza al maggior numero di scopi. Si tratta di un fatto casuale o esiste effettivamente un rapporto necessario tra le associa­zioni e l'eguaglianza?...

Presso i popoli democratici, invece, tutti i cittadini sono indipendenti e deboli: da soli non possono quasi nulla e nessuno può obbligare i suoi simili a prestar loro appoggio. E così, se non apprendono ad aiutarsi spontaneamente, cado­no tutti nell'impotenza.

Se gli uomini che vivono nei paesi democratici non aves­sero né il diritto né la propensione ad unirsi per scopi politi­ci, la loro indipendenza correrebbe gravi rischi, ma potreb­bero conservare a lungo la loro ricchezza e la loro cultura. Se, invece, non acquisissero l'abitudine di associarsi nella vi­ta ordinaria, sarebbe la stessa civiltà a correre pericolo. Un popolo in cui gli individui privati perdessero la possibilità di fare da soli grandi cose, senza acquisire la facoltà di farle in comune, ritornerebbe presto alla barbarie…

Non vi è nulla che, a mio avviso, meriti maggiore atten­zione delle associazioni intellettuali e morali d'America. Mentre riusciamo a percepire facilmente le associazioni politiche e industriali degli Americani, le altre invece ci sfuggono e, se anche le scopriamo, le comprendiamo male, poiché non abbiamo pressoché mai visto niente di analogo. Eppure si deve riconoscere che esse sono altrettanto ne­cessarie che le prime per il popolo democratico, e forse an­che di più.

Nei paesi democratici la scienza dell'associazione è la scienza madre: il progresso di tutte le altre dipende dal pro­gresso di questa.

Tra le leggi che reggono le società umane, ve n'è una che sembra più precisa e più chiara delle altre: perché gli uomi­ni restino civili o lo divengano, è necessario che, presso di lo­ro, l'arte di associarsi si sviluppi e si perfezioni nella propor­zione in cui l'eguaglianza delle condizioni si afferma. (p. 130-135)

Esiste solo una nazione sulla terra, in cui si fa uso quotidia­namente di una illimitata libertà di associarsi a scopo politi­co. Questa stessa nazione è l'unica al mondo in cui i cittadi­ni abbiano pensato di fare un uso continuo del diritto di as­sociazione nella vita civile, e siano riusciti a procurarsi in questo modo tutti i beni che la civiltà può offrire.

Presso tutti i popoli in cui è vietata l'associazione politi­ca, l'associazione civile è assai rara.

È improbabile che ciò sia dovuto al caso: si deve piutto­sto concluderne che esiste un rapporto naturale, e forse ne­cessario, tra questi due generi di associazione.

Alcuni uomini hanno casualmente interessi comuni in un certo affare, che può essere un'impresa commerciale da diri­gere o un'operazione industriale da portare a termine. Essi si mettono in contatto e si uniscono. In questo modo l'asso­ciazione diviene loro a poco a poco familiare.

Più aumenta il numero di questi piccoli affari comuni, più gli uomini acquistano, anche a loro insaputa, la facoltà di condurre insieme i grandi.

Le associazioni civili facilitano dunque le associazioni politiche; d'altra parte, però, l'associazione politica sviluppa e perfeziona in modo straordinario l'associazione civile.

Nella vita civile ciascuno può illudersi, in teoria, di essere in grado di bastare a se stesso. In politica, invece, non potrebbe mai pensarlo. Quando un popolo ha una vita pubbli­ca, l'idea di associazione e il desiderio di associarsi si presen­tano dunque di continuo alla mente dei cittadini: per quanta ripugnanza naturale gli uomini abbiano ad agire insieme, sa­ranno sempre pronti a farlo nell'interesse di un partito.

Così la politica rende generale la tendenza e l'abitudine all'associazione, fa desiderare di unirsi e insegna l'arte di farlo a una moltitudine di uomini che altrimenti sarebbero sempre vissuti in solitudine. (p. 140-141)

Negli Stati Uniti non si dice quasi mai che la virtù è bella. Si sostiene che essa è utile, e lo si prova continuamente. I moralisti americani non pretendono che ci si debba sacrifi­care ai propri simili perché è bello farlo, ma dicono ardita­mente che sacrifici del genere sono altrettanto necessari a colui che se li impone, quanto a colui che ne trae beneficio. Si sono resi conto che, nel loro paese e nel loro tempo, l'uomo veniva come risospinto verso se stesso da una forza irresistibile e, avendo perso la speranza di poterlo fermare, hanno pensato soltanto a guidarlo.

Non negano, quindi, che l'uomo possa seguire il proprio interesse, ma mettono tutto il loro impegno per provare che l'interesse di ognuno è di essere onesto.

Non voglio entrare nei particolari dei loro ragionamenti, perché mi porterebbe troppo lontano dal mio tema. Mi basti dire che essi hanno convinto i loro cittadini.

Già molto tempo fa Montaigne aveva detto: «Quand'an­che non seguissi la retta via perché è diritta, la seguirei se non altro per aver scoperto, attraverso l'esperienza, che in fin dei conti essa è generalmente la più felice e la più utile». La dottrina dell'interesse bene inteso non è dunque nuo­va, ma, presso gli Americani di oggi, essa è stata universal­mente accettata ed è diventata popolare: la si ritrova alla ba­se di tutte le azioni e traspare da tutti i discorsi; non la si tro­va meno sulla bocca del povero, che su quella del ricco.

In Europa la dottrina dell'interesse bene inteso è molto meno elaborata che in America, ma nel contempo è anche meno diffusa e soprattutto meno ostentata, e si fingono anco­ra quotidianamente prove di una abnegazione ormai spenta. Gli Americani, invece, amano spiegare, con il ricorso al­l'interesse bene inteso, quasi tutte le azioni della loro vita; mostrano con compiacimento come l'amore illuminato di se stessi li porti di continuo ad aiutarsi in modo reciproco e li spinga a sacrificare al bene dello Stato una parte del loro tempo e delle loro ricchezze. Ritengo che, in questo, molto spesso non si rendano giustizia, poiché, negli Stati Uniti, co­me altrove, si vedono talvolta i cittadini lasciarsi andare a quegli slanci disinteressati e spontanei che sono tipici del­l'uomo. Gli Americani, però, non ammettono mai di cedere a moti di questo genere: preferiscono fare onore alla loro fi­losofia che a se stessi…

L'interesse bene inteso è una dottrina poco elevata, ma chiara e sicura. Non cerca di raggiungere grandi obiettivi, ma raggiunge senza troppi sforzi tutti quelli che persegue. Poiché essa è alla portata di tutte le intelligenze, ognuno l'af­ferra facilmente e la ritiene senza fatica. Per il fatto di adat­tarsi in modo mirabile alle debolezze degli uomini, esercita agevolmente una formidabile influenza, che non le è diffici­le conservare, poiché fa sì che sia l'interesse personale a li­mitare se stesso e, per dirigere le passioni, si serve dello stes­so pungolo che le eccita.

La dottrina dell'interesse bene inteso non produce gran­di devozioni, ma suggerisce ogni giorno piccoli sacrifici; da sola non può fare un uomo virtuoso, ma forma una gran quantità di cittadini osservanti delle regole, temperati, mo­derati, previdenti, padroni di se stessi, e, sebbene non porti direttamente alla virtù attraverso la volontà, fa sì che ci si avvicini insensibilmente ad essa, attraverso le abitudini.

Se la dottrina dell'interesse bene inteso arrivasse a domi­nare del tutto il mondo morale, le virtù straordinarie sareb­bero senza dubbio più rare. Penso, però, che allora anche le depravazioni triviali sarebbero meno comuni. La dottrina dell'interesse bene inteso impedisce forse a qualche uomo di elevarsi molto al di sopra del livello ordinario dell'umanità, ma un gran numero di coloro che finivano per cadérne al di sotto, si imbattono in essa e vi si aggrappano strettamente. Considerate pochi individui: essa li abbassa; guardate alla specie: la innalza.

Non ho timore di dire che la dottrina dell'interesse bene inteso mi sembra, di tutte le teorie filosofiche, la più appro­priata ai bisogni degli uomini d'oggi, e che vi scorgo la garanzia più solida che rimanga loro contro se stessi. E dunque verso di essa che deve volgersi l'ingegno dei moralisti odier­ni e, quand'anche essi la considerassero imperfetta, dovreb­bero ugualmente adottarla come necessaria.

Non c'è potere sulla terra in grado di impedire che l'u­guaglianza crescente delle condizioni non conduca l'intellet­to dell'uomo verso la ricerca dell'utile, e non disponga ogni cittadino a chiudersi in se stesso.

Bisogna dunque attendersi che l'interesse individuale di­venterà più che mai il principale, se non l'unico movente delle azioni umane. Resta tuttavia da sapere come il proprio interesse personale sarà inteso da ogni singolo uomo.

Se i cittadini, diventando uguali, restassero ignoranti e di animo volgare, è difficile prevedere fino a quali stupidi ec­cessi potrebbe arrivare il loro egoismo, né sarebbe immagi­nabile a quali vergognose abiezioni cederebbero, per paura di sacrificare qualcosa del proprio benessere alla prosperità dei loro simili.

Non credo che la dottrina dell'interesse, come la si predi­ca in America, sia chiara in ogni sua parte; tuttavia essa con­tiene un gran numero di verità così evidenti, che basta illu­minare gli uomini perché le vedano. Illuminateli, allora, e ad ogni costo: poiché il tempo delle cieche abnegazioni e delle virtù istintive già fugge lontano da noi, e vedo avvicinarsi il momento in cui la libertà, la pace pubblica e lo stesso ordine sociale non potranno fare a meno di una tale conoscenza. (p.146-149)

L’interesse ben inteso rappresenta, con evidenza, una mediazione tra i diritti individuali e i doveri sociali. Esso consente ad ogni cittadino di perseguire i suoi interessi e nel contempo di partecipare alla vita della comunità dando il suo contributo al bene comune.

Su questa via, però, la possibilità teorica di un’integrazione, se non del tutto compromessa, è minacciata dalla ricerca ossessiva del benessere materiale.

6.

Anche a riguardo, l’analisi di Tocqueville prende spunto dall’America, ove quella ricerca avrebbe prodotti più effetti positivi che negativi:

“In America la passione per il benessere materiale non è sempre esclusiva, ma è generale. E, se anche non tutti la pro­vano allo stesso modo, tutti però l'avvertono. La preoccupa­zione di soddisfare le benché minime esigenze del corpo e di provvedere alle piccole comodità della vita costituisce lag­giù l'affanno universale delle menti…

Nei paesi in cui l'aristocrazia domina la società e la man­tiene immobile, il popolo finisce per abituarsi alla povertà, come i ricchi alla loro opulenza. Questi ultimi non si preoc­cupano del benessere materiale, perché lo possiedono senza sforzo; l'altro non vi pensa, perché dispera di poterlo mai raggiungere e non lo conosce abbastanza per desiderarlo.

In questo tipo di società, l'immaginazione del povero è sospinta verso l'altro mondo: le miserie della vita reale la as­sediano, ma essa sfugge loro e va a cercare i suoi godimenti al di là della condizione terrena.

Quando, invece, i ceti vengono a confondersi e sono abo­liti i privilegi, quando i patrimoni si frammentano e i lumi e la libertà si diffondono, il desiderio di ottenere il benessere si presenta all'immaginazione del povero, e il timore di per­derlo alla mente del ricco. Si crea una gran quantità di fortu­ne modeste. Coloro che le possiedono dispongono di abba­stanza godimenti materiali per sperimentarne il gusto, non abbastanza per accontentarsene. Non se li procurano se non con grande fatica e non vi si abbandonano che tremando.

Sono dunque sempre intenti a perseguire o a conservare questi godimenti così preziosi, e insieme così incompleti e fugaci.

Se si cerca una passione che sia naturale agli uomini, che sono sollecitati e al tempo stesso trattenuti dall'oscurità della loro origine e dalla modestia dei loro beni, non vi è nulla di più appropriato dell'amore per il benessere. La passione per il benessere materiale è essenzialmente una passione da classe media: cresce e si estende con questa classe, e diventa preponderante con essa. Di qui raggiunge le classi superiori della società e scende fino in mezzo al popolo…

L'attrattiva del benessere è diventata la tendenza nazionale e dominante: la grande corrente delle passioni umane spinge da quella parte e trascina tutto nel suo corso.” (p.152-155)

Da quanto abbiamo appena detto, si potrebbe credere che l'amore dei godimenti materiali debba condurre a forza, e senza sosta, gli Americani al disordine dei costumi, disse­stare le famiglie e compromettere infine la sorte della so­cietà stessa.

Ma non è così: la passione per i godimenti materiali pro­duce nelle democrazie effetti diversi da quelli prodotti nelle aristocrazie…

L'amore dei godimenti materiali non spinge i popoli de­mocratici a eccessi del genere. Il desiderio di benessere si manifesta presso di loro come una passione tenace, esclusi­va, universale, ma contenuta. Non si tratta di costruire gran­di palazzi, di vincere o di aggirare la natura, di esaurire le ri­sorse dell'universo, per meglio appagare le passioni di un uomo. Si tratta di aggiungere qualche tesa ai propri campi, di piantare un frutteto, di ingrandire un'abitazione, di rendere la vita sempre più facile e comoda, di prevenire il disagio e di soddisfare i più piccoli bisogni agevolmente e quasi senza spese. Questi obiettivi sono minimi, ma hanno presa sull'a­nimo, che vi si concentra di continuo e con la massima at­tenzione; essi finiscono per nascondergli il resto del mondo e, talvolta, arrivano persino a mettersi tra lui e Dio.

Tutto ciò, si dirà, non può valere che per quei cittadini la cui fortuna è modesta, mentre i ricchi continueranno a mo­strare inclinazioni analoghe a quelle che manifestavano nei secoli di aristocrazia. Lo contesto.

In fatto di godimenti materiali, i cittadini più facoltosi di una democrazia non mostreranno preferenze molto diverse da quelle del popolo, o perché, provenendo dal popolo, le condividono realmente, o perché credono di dovervi sottosta­re. Nelle società democratiche, la generale sensualità ha pre­so un certo andamento moderato e tranquillo, cui tutti gli ani­mi sono tenuti a conformarsi. Alla regola comune è in esse difficile sfuggire, tanto per i suoi vizi, quanto per le sue virtù.

I ricchi che vivono nei paesi democratici mirano quindi alla soddisfazione di ogni loro minimo bisogno, piuttosto che a godimenti straordinari; appagano una moltitudine di piccoli desideri e non si lasciano andare a nessuna grande passione disordinata. Cadono così nell'indolenza, piuttosto che nella dissolutezza.

Questa particolare attrazione, che gli uomini delle età de­mocratiche provano per i godimenti materiali, non è di per sé contraria all'ordine; anzi, ha spesso bisogno di ordine per essere soddisfatta. Non è neppure nemica della regolarità dei costumi, poiché i buoni costumi sono utili alla tranquilli­tà pubblica e favoriscono l'industria. Spesso si combina ad­dirittura con una sorta di moralità religiosa: si vuole stare il meglio possibile in questo mondo, senza rinunciare alle op­portunità dell'altro.” (p. 156-158)

L’analisi di Tocqueville, però, si allarga e si adombra:

“In America ho visto gli uomini più liberi e più istruiti, po­sti nella condizione più felice del mondo, e mi è sembrato che una sorta di nube offuscasse in modo costante i loro li­neamenti; mi sono apparsi gravi e quasi tristi persino nei lo­ro svaghi…

L'amore per i godimenti materiali deve essere considera­to come la prima sorgente di questa inquietudine segreta che traspare dalle azioni degli Americani, e dell'incostanza di cui essi danno costantemente l'esempio.

Chi mette tutta la propria passione nella sola ricerca dei beni di questo mondo, è sempre di fretta, poiché non ha che un tempo limitato per trovarli, farli propri e goderne. Il pen­siero della brevità della vita lo pungola senza tregua. A pre­scindere dai beni che possiede, egli ne immagina continua­mente mille altri che la morte gli impedirà di gustare, se non si affretta. Questo pensiero lo riempie di turbamento, di paure e di rimpianti, e mantiene il suo animo in una sorta di incessante trepidazione che lo porta in ogni momento a cambiare progetti e luogo.

Se all'amore per il benessere materiale viene ad aggiungersi un assetto sociale in cui nessuno è trattenuto al suo po­sto dalle leggi e dalle consuetudini, ciò costituisce un grande motivo di eccitazione in più per questa irrequietezza d'ani­mo: si vedranno allora gli uomini cambiare continuamente strada, per paura di non imboccare il percorso più breve che deve condurli alla felicità.

Del resto, si può facilmente supporre che, se è vero che gli uomini che ricercano appassionatamente i godimenti materia­li hanno desideri intensi, devono però anche scoraggiarsi con facilità: poiché, infatti, l'obiettivo finale è godere, bisogna che il mezzo per arrivarci sia pronto e facile, altrimenti la fatica per raggiungere il godimento supererebbe il godimento stesso. La maggior parte delle volontà, dunque, sono insieme ardenti e fiacche, violente e senza vigore. Spesso la morte è meno temu­ta della continuità degli sforzi verso uno stesso fine.

L'uguaglianza produce in modo ancora più diretto molti degli effetti che ho appena descritto.

Una volta abolite tutte le prerogative di nascita e di for­tuna, quando tutte le professioni sono aperte a tutti, e si può arrivare da soli al vertice di ciascuna, davanti all'ambizione degli uomini sembra aprirsi una strada larga e spianata, ed essi facilmente immaginano di essere chiamati a grandi de­stini. Si tratta, però, di una visione sbagliata, che l'esperien­za corregge ogni giorno. Quella stessa uguaglianza che per­mette ad ogni cittadino di nutrire grandi speranze, rende tut­ti i cittadini deboli nella loro individualità. Essa permette ai loro desideri di espandersi, ma nel contempo limita da ogni parte le loro forze.

Non solo i cittadini sono impotenti di per sé, ma ad ogni passo incontrano ostacoli immensi di cui non si erano all'ini­zio accorti.

Essi hanno abolito i fastidiosi privilegi di alcuni tra i loro simili, ma ora si trovano davanti la concorrenza di tutti: il li­mite si è trasformato piuttosto che spostato. Quando gli uo­mini sono all'incirca uguali e seguono tutti una stessa strada, è molto difficile che qualcuno di loro cammini più in fretta e fenda la folla uniforme che lo circonda e lo preme.

Questa opposizione costante tra le aspirazioni create dal­l'uguaglianza e i mezzi che essa fornisce per soddisfarli, tor­menta e affatica gli animi.

Si possono immaginare uomini che siano pervenuti a un grado di libertà che li soddisfi interamente: essi godranno al­lora della loro indipendenza senza inquietudine e senza pas­sioni. Ma gli uomini non creeranno mai un'uguaglianza che possa loro bastare…

Per quanto democratici possano essere l'assetto sociale e la costituzione politica di un popolo, si può dunque scom­mettere che ognuno dei suoi cittadini scorgerà sempre vici­no a sé diversi punti che lo dominano, e si può prevedere che volgerà ostinatamente lo sguardo solo da quella parte. Quando la disuguaglianza è la legge comune di una società, le disuguaglianze più evidenti non colpiscono la vista; quan­do, invece, tutto è all'incirca sullo stesso livello, anche le più piccole la feriscono. È proprio per questa ragione che il de­siderio di uguaglianza diventa sempre più insaziabile, via via che l'uguaglianza si fa più grande.

Presso i popoli democratici, gli uomini otterranno facil­mente una certa uguaglianza; non possono però raggiungere quella desiderata. Essa retrocede ogni giorno davanti a loro, ma senza mai sottrarsi al loro sguardo e, arretrando, li invita ad inseguirla. Ad ogni momento gli uomini credono di essere sul punto di afferrarla, e continuamente essa sfugge alla loro presa. La vedono abbastanza da vicino per conoscerne il fasci­no, ma non le si avvicinano abbastanza per poterne godere, e muoiono prima di averne assaporato pienamente le dolcezze.

Ecco le cause alle quali deve attribuirsi la singolare ma­linconia che mostrano spesso gli abitanti dei paesi democra­tici, anche in mezzo alla loro abbondanza, e il disgusto della vita che talvolta li coglie nel pieno di un'esistenza agiata e tranquilla.” (p. 161-164)

7.

Alla luce di queste analisi, che fanno riferimento ai valori della democrazia, ai pericoli potenziali dell’uguaglianza, ai possibili correttivi e, da ultimo, al timore che quei correttivi possano non funzionare, le conclusioni cui giunge Tocqueville nell’ultima parte dell’opera sono di straordinario interesse non meno che inquietanti:
“Due cose stupiscono negli Stati Uniti: la grande mutevo­lezza della maggior parte delle azioni umane e la singolare immobilità di alcuni princìpi. Gli uomini cambiano incessan­temente, mentre l'intelletto umano sembra immobile.

Una volta che un'idea si è diffusa sul suolo americano e vi si è radicata, si direbbe che nessun potere sulla terra sia in grado di estirparla. Negli Stati Uniti le dottrine generali in fatto di religione, filosofia, morale e persino politica non cambiano mai o, quanto meno, non si modificano se non do­po un lungo lavorìo sommesso e spesso impercettibile; per­sino i pregiudizi più grossolani si cancellano con una lentez­za inconcepibile in mezzo a queste quotidiane e infinite fre­quentazioni delle cose e delle persone.

Sento dire che è nella natura e nelle abitudini delle de­mocrazie cambiare continuamente sentimenti e pensieri. Questo varrà forse per le piccole nazioni democratiche, co­me quelle dell'antichità, che venivano riunite al completo sulla pubblica piazza, per poi essere eccitate all'arbitrio di un oratore. Non ho mai visto nulla del genere all'interno del grande popolo democratico che vive dall'altra parte dell'O­ceano. Quello che mi ha colpito negli Stati Uniti è proprio la grande fatica che si deve fare per dissuadere la maggioranza da un'idea che si è fatta o per allontanarla da un uomo che ha scelto. Non ci riescono né gli scritti, né i discorsi; solo l'esperienza può venirne a capo e anzi, talvolta accade addirit­tura che sia necessario ripeterla.

A prima vista questo desta stupore, ma un esame più at­tento permette di trovarne la spiegazione.

Non credo che sia così facile come sembra sradicare i pre­giudizi di un popolo democratico, cambiarne le convinzioni, sostituire nuovi princìpi religiosi, filosofici, politici e morali a quelli già consolidati, insomma provocare profonde e fre­quenti rivoluzioni nella mentalità corrente. Non che l'intel­letto umano resti ozioso; anzi, è in perenne movimento, ma si applica a variare all'infinito le conseguenze dei princìpi co­nosciuti e a scoprirne di nuove, piuttosto che a cercare nuovi princìpi; gira e rigira agilmente su se stesso, piuttosto che spingersi in avanti con uno slancio rapido e diretto; amplia gradualmente la propria sfera con piccoli movimenti conti­nui e ravvicinati, piuttosto che spostarla di colpo.

Uomini eguali per diritti, educazione, fortuna e, per dirlo con un'unica parola, di eguale condizione, hanno necessaria­mente esigenze, abitudini ed inclinazioni poco diverse. Sic­come vedono le cose dallo stesso punto di vista, il loro ani­mo tende naturalmente verso idee analoghe e, benché cia­scuno possa prendere le distanze dai contemporanei e farsi convinzioni proprie, finiscono per ritrovarsi tutti, senza sa­perlo né volerlo, in un certo numero di opinioni comuni.

Più considero attentamente gli effetti dell'uguaglianza sull'intelligenza, e più mi convinco che l'anarchia intellet­tuale di cui siamo testimoni non sia, come molti credono, la condizione naturale dei popoli democratici. Penso invece che vada considerata come un fatto accidentale proprio del­la loro giovinezza, e che si manifesti solo in questo momen­to di passaggio, in cui gli uomini hanno già spezzato gli anti­chi legami che li univano gli uni agli altri, mentre ancora dif­feriscono profondamente per origine, educazione e costumi; sicché, avendo conservato idee, tendenze ed inclinazioni as­sai diverse, non vi è più nulla che impedisca loro di manife­starle. Le opinioni degli uomini sulle questioni più impor­tanti divengono sempre più simili, via via che anche le con­dizioni si fanno più somiglianti. Questo mi sembra essere il fatto generale e duraturo; il resto è fortuito e passeggero.

Succederà raramente, credo, che in seno a una società democratica un uomo arrivi a concepire di colpo un sistema di idee molto lontano da quello che hanno adottato i suoi con­temporanei. E se anche un simile innovatore esistesse, im­magino che inizialmente farebbe molta fatica a farsi ascolta­re e, ancor più, ad avere credito.

Quando le condizioni sono quasi uguali, un uomo non si lascia facilmente persuadere da un altro. Siccome, infatti, tutti possono vedersi da vicino, hanno appreso insieme le stesse cose e conducono la stessa vita, non sono per natura disposti a prendere uno di loro come guida e a seguirlo cie­camente: non si crede sulla parola al proprio simile o al pro­prio eguale.

Non è soltanto la fiducia nelle capacità di alcuni individui ad affievolirsi presso le nazioni democratiche ma, come ho già detto altrove, si offusca ben presto anche l'idea generale della superiorità intellettuale che un uomo qualunque può acquisire sugli altri.

A mano a mano che gli uomini diventano più simili, il dogma dell'uguaglianza delle intelligenze si insinua poco per volta nelle loro convinzioni e diventa sempre più diffici­le per un innovatore, chiunque esso sia, acquistare ed eserci­tare una grande autorità sull'animo di un popolo. In società di questo genere le rivoluzioni intellettuali improvvise sono dunque assai rare, poiché, se si dà uno sguardo alla storia del mondo, ci si accorge che le profonde e repentine trasforma­zioni delle idee degli uomini dipendono meno dalla forza di un ragionamento che dall'autorità di un nome…

I popoli democratici, quindi, non hanno né il tempo, né il desiderio di andare in cerca di nuove idee e, anche quando arrivano a dubitare di quelle che già possiedono, le conser­vano lo stesso, perché occorrerebbe loro troppo tempo e troppo studio per cambiarle; le conservano non perché siano certe, ma perché sono ormai consolidate.

Vi sono anche altre ragioni, e molto valide, che si oppon­gono a che si possa facilmente attuare un grande cambia­mento nelle dottrine di un popolo democratico. Le ho già evidenziate all'inizio di questo libro.

Se all'interno di un popolo democratico le influenze indi­viduali sono deboli e quasi inesistenti, il potere esercitato dal­la massa sulla mente di ogni cittadino è assai grande. Ne ho spiegato altrove le ragioni. Quello che voglio dire qui è che si avrebbe torto a credere che questo dipenda soltanto dalla forma del governo e che, perdendo il potere politico, la mag­gioranza debba perdervi anche il predominio intellettuale.

Nelle aristocrazie, gli uomini hanno spesso una imponen­za e una forza che sono loro proprie. Quando si trovano in contraddizione con la maggioranza dei loro simili, si ritirano in se stessi, si sostengono e reciprocamente si danno confor­to. La situazione è molto diversa per i popoli democratici, presso i quali, infatti, si ha bisogno del pubblico favore come dell'aria che si respira, e il fatto di essere in disaccordo con la massa equivale, per così dire, a non vivere. La massa, del resto, non ha bisogno di avvalersi delle leggi per piegare co­loro che non la pensano come lei: le basta disapprovarli, per­ché il senso di isolamento e di impotenza che essi provano li sovrasta e li getta nella disperazione.

In tutte le circostanze in cui le condizioni siano eguali, l'opinione generale esercita un peso enorme sulla mente di ciascun individuo, la avvolge, la dirige e la opprime. Ciò di­pende assai più dalla costituzione stessa della società che non dalle sue leggi politiche. Via via che gli uomini divengo­no più simili, ognuno si sente sempre più debole nei con­fronti di tutti. Siccome non trova nulla che lo innalzi al di so­pra degli altri e che lo distingua da loro, perde fiducia in se stesso non appena venga da loro contrastato; non solo dubita delle sue forze, ma arriva anche a dubitare del suo diritto, ed è sul punto di riconoscere di avere torto se è la maggio­ranza ad affermarlo. La maggioranza non ha bisogno di co­stringerlo: lo convince.

Per poco che i poteri di una società democratica siano or­ganizzati ed abbiano raggiunto un certo equilibrio, sarà quindi molto difficile credere a quello che la massa respinge e professare ciò che essa condanna.

Questo favorisce straordinariamente la stabilità delle idee.

Quando un'idea ha preso piede presso un popolo demo­cratico e si è affermata nella mente dei più, continua in se­guito a sussistere da se stessa e a perpetuarsi senza incontra­re resistenza, perché nessuno la mette in discussione. Coloro che in un primo tempo l'avevano respinta come falsa fini­scono per accoglierla come un'idea generalmente ammessa, e coloro che, in fondo al cuore, continuano a combatterla, non lo danno a vedere e stanno ben attenti a non imbarcar­si in una lotta pericolosa e inutile.

A mano a mano che esamino più da vicino i bisogni e le tendenze naturali dei popoli democratici mi convinco che, se mai l'eguaglianza arriverà ad affermarsi dappertutto e in modo permanente nel mondo, le grandi rivoluzioni intellet­tuali e politiche diventeranno assai più difficili e più rare di quanto non si possa supporre.

Dal momento che gli uomini delle democrazie appaiono sempre agitati, incerti, in affanno, pronti a cambiare parere e a cambiare posto, ci si immagina che debbano cancellare di colpo le leggi, adottare nuove idee e acquisire nuovi costu­mi. Non si pensa invece che, se da un lato l'uguaglianza spin­ge gli uomini ai cambiamenti, dall'altro suscita in loro inte­ressi ed inclinazioni che hanno bisogno di stabilità per esse­re soddisfatti; li sprona e li trattiene nello stesso tempo, li pungola e li lega alla terra, accende i loro desideri e limita le loro forze.

Tutto questo, però, non è subito evidente: mentre, infatti, le passioni che in una democrazia allontanano i cittadini gli uni dagli altri si manifestano da sole, non si riesce invece a scorgere al primo colpo d'occhio la forza nascosta che li trat­tiene e li unisce.

Oserò dirlo, anche in mezzo alle rovine che mi circonda­no? Ebbene, quello che più temo per le generazioni future non sono le rivoluzioni.

Se i cittadini continuano a rinchiudersi sempre più stret­tamente nel cerchio dei loro piccoli interessi familiari e ad agitarvisi dentro senza posa, c'è da paventare che finiscano per divenire come inaccessibili a quelle grandi e potenti emozioni pubbliche che sconvolgono i popoli, ma che pure li fanno avanzare e li rinnovano. Quando vedo la proprietà di­ventare così instabile, e l'amore della proprietà così inquieto e ardente, non posso fare a meno di temere che gli uomini ar­rivino al punto di considerare ogni nuova teoria come un pe­ricolo, ogni innovazione come un disordine increscioso, ogni progresso sociale come un primo passo verso la rivoluzione, e che essi rifiutino del tutto di muoversi per paura che li si trascini. Tremo, lo confesso, al pensiero che alla fine si lasci­no a tal punto dominare da un pavido amore dei godimenti presenti, che venga meno l'interesse per il loro avvenire e per quello dei loro discendenti, e che essi preferiscano segui­re con indolenza il corso del loro destino piuttosto che fare al bisogno uno sforzo repentino ed energico per risollevarlo. C'è chi pensa che le società apparse in questa nuova epo­ca cambino continuamente faccia; io, invece, ho paura che fi­niscano per essere troppo invariabilmente fisse nelle stesse istituzioni, negli stessi pregiudizi, negli stessi costumi, tanto che il genere umano si fermi e si ponga come un limite, che la mente si pieghi e si ripieghi eternamente su se stessa sen­za produrre idee nuove, che l'uomo si esaurisca in piccoli movimenti solitari e sterili e che, pur agitandosi senza posa, l'umanità rinunci per sempre ad avanzare.” (p. 305-312)

8.

Una società frenetica e statica, conformista e ripetitiva ma fondata sulla convinzione di ogni membro di ragionare con la propria testa, omologata da alcune idee generali assunte collettivamente come valori assoluti e chiusa ad ogni novità intellettuale e morale, protesa verso il massimo benessere materiale ma perennemente inquieta e insoddisfatta, incline a mediare i diritti individuali e i doveri sociali ma inesorabilmente affetta da un egoismo progressivo, formalmente libera ma asservita di fatto alla tirannia della maggioranza e del senso comune: questo è il quadro delle previsioni pessimistiche di Tocqueville sul futuro della democrazia.

Che tale quadro non prescinda mai, nel pensiero dell’autore normanno, dalla speranza che un futuro del genere possa essere scongiurato da possibili correttivi, che egli vede in azione nel contesto della società americana, nulla toglie alla sua drammaticità, incrementata da altre tre intuizioni di straordinaria portata.

La prima concerne il destino delle arti, della letteratura e di tutto ciò che si può far rientrare nella sfera estetica:

La cultura è destinata, in virtù dell’uguaglianza, a diffondersi nel corpo sociale in misura più rilevante di quanto accada nelle società aristocratiche:

“Le società democratiche e libere comprenderanno sempre nel loro seno una quantità di persone assai fa­coltose o benestanti. Questi ricchi non saranno strettamente legati tra loro come i membri dell'antica classe aristocratica; saranno mossi da istinti diversi e non possederanno quasi mai un'agiatezza altrettanto sicura e completa; ma saranno infini­tamente più numerosi di quanto non potessero esserlo i com­ponenti di quella classe. Questi uomini non saranno stretta­mente limitati dalle preoccupazioni della vita materiale e po­tranno, seppure a livelli diversi, dedicarsi alle fatiche e ai pia­ceri intellettuali: vi si dedicheranno, dunque, poiché, se è vero che lo spirito umano tende da una parte al limitato, al mate­riale e all'utile, dall'altra si eleva naturalmente verso l'infini­to, l'immateriale ed il bello. I bisogni fisici lo legano alla terra, ma non appena non lo si trattiene più, si rialza da solo.

Non soltanto sarà più grande il numero di coloro che pos­sono interessarsi alle opere dello spirito, ma il gusto per i piaceri intellettuali si estenderà gradualmente anche a colo­ro che, nelle società aristocratiche, non sembravano avere né il tempo, né la capacità di dedicarvisi.” (49)

Questa estensione, però, è destinata inesorabilmente a modificare la fruizione culturale:

“Mi sembrerebbe di far perdere tempo ai lettori e di perderne io stesso se mi soffermarsi a mostrare come la mediocrità ge­nerale delle fortune, l'assenza del superfluo, il desiderio uni­versale di benessere e gli sforzi costanti cui ciascuno si sotto­pone per procurarselo, facciano prevalere nel cuore dell'uo­mo il gusto per l'utile sull'amore per il bello. Le nazioni de­mocratiche, in cui si trovano tutte queste cose, coltivano dun­que le arti che servono a rendere comoda la vita, e special­mente quelle che si prefiggono di abbellirla; esse preferiran­no, dunque, l'utile al bello, e vorranno che il bello sia utile (p. 59)

“Nelle democrazie si è ben lontani dal fatto che tutti gli uomini che si occupano di letteratura abbiano ricevuto un'e­ducazione letteraria e, tra quelli di loro che hanno una qual­che infarinatura di belle lettere, la maggior parte segue una carriera politica o abbraccia una professione da cui non si può distogliere se non a tratti, per assaporare furtivamente i piaceri dello spirito. Essi non fanno, quindi, di tali piaceri, l'attrattiva principale della loro esistenza, ma li considerano come una distensione passeggera e necessaria in mezzo agli impegni seri della vita. Uomini di questo genere non posso­no mai raggiungere una conoscenza dell'arte letteraria ab­bastanza approfondita per coglierne le delicatezze; e non ne apprezzano le sfumature. Avendo solo pochissimo tempo da dedicare alle lettere, lo vogliono mettere a frutto. A loro piacciono i libri che si trovano facilmente, che si leggono in fretta e che non richiedono dotte ricerche per essere com­presi. Chiedono un tipo di bellezza facile che spontaneamente si offra e di cui si possa godere nell'immediato; hanno bisogno soprattutto dell'inatteso e del nuovo. Abituati a un'esistenza pratica, travagliata e monotona, necessitano di emozioni vive e rapide, di illuminazioni istantanee, di verità o di errori sgargianti che li strappino subitaneamente a loro stessi e che li facciano entrare di colpo, quasi di forza, nel vi­vo del soggetto.

Che cosa c'è da dire di più? Non credo vi sia alcuno che non intuisca il seguito, ancor prima che lo scriva.

Presa nel suo insieme, la letteratura dei secoli democrati­ci non può offrire l'immagine dell'ordine, della regolarità, della scienza e dell'arte come in tempi di aristocrazia; la for­ma sarà, in genere, trascurata e talvolta persino disprezzata. Lo stile apparirà spesso bizzarro, scorretto, sovraccarico e senza vigore, quasi sempre ardito e veemente. Gli autori mi­reranno alla rapidità dell'esecuzione più che alla perfezione dei particolari. I libri di piccolo formato saranno più fre­quenti dei grossi volumi, il tono brillante più frequente del­l'erudizione, la fantasia della profondità; nel pensiero regne­rà una forza incolta e quasi selvaggia, e spesso nei suoi pro­dotti una grande varietà e una singolare fecondità. Si cer­cherà di stupire più che di piacere, e ci si sforzerà di suscita­re passioni piuttosto che condiscendere al gusto comune.”(p. 71-72)

E’ dunque prevedibile che la produzione culturale diventi essa stessa un’industria:

“La democrazia non solo fa penetrare il gusto delle lettere nelle classi industriali, ma introduce lo spirito industriale nella letteratura.

Nelle aristocrazie, i lettori sono difficili e poco numerosi; nelle democrazie, invece, è meno faticoso accontentarli, e il loro numero è prodigioso. Ne consegue che nelle aristocra­zie non si può sperare di avere successo se non con sforzi im­mensi, i quali, se possono fruttare una notevole gloria, non portano mai molto denaro; nelle democrazie, invece, uno scrittore può augurarsi di ottenere con poca fatica una me­diocre fama e una grande fortuna. Per questo non è necessa­rio che lo si ammiri: è sufficiente che lo si legga con piacere.

La moltitudine sempre in crescita dei lettori e il continuo bisogno che essi hanno di novità assicurano la diffusione di un libro, peraltro oggetto di una considerazione assai scarsa.

In tempi di democrazia, il pubblico spesso si comporta con gli autori come i re con i loro cortigiani: li arricchiscono e li disprezzano. Di che altro hanno bisogno le anime venali che nascono nelle corti e che sono degne di vivervi?

Le letterature democratiche non mancano mai di questi autori, che vedono nelle lettere soltanto un'industria. E, per qualche grande scrittore che vi si può trovare, si contano a migliaia gli spacciatori di idee.” (p. 74)

“Nelle democrazie, invece, l'amore dei godimenti materia­li, l'idea del meglio, la concorrenza, l'attrattiva immediata del successo sono come altrettanti pungoli che fanno accele­rare i passi dell'uomo lungo la strada che ha intrapreso e gli impediscono di discostarsene anche solo per un attimo. I maggiori sforzi della mente vanno in questa direzione. L'im­maginazione non è ancora spenta, ma è quasi del tutto dedi­ta a considerare l'utile e a rappresentare il reale.

L'uguaglianza, non solo distoglie gli uomini dal rappre­sentare l'ideale, ma diminuisce anche il numero degli ogget­ti da rappresentare.” (p.87)

La seconda riguarda il riprodursi la possibilità che, dal seno dell’industria, nasca una nuova aristocrazia, una forma dunque di disuguaglianza:

“Nei paesi democratici, in cui il denaro non porta colui che lo possiede al potere, ma anzi spesso ne allontana, i ricchi non sanno che cosa fare del loro tempo libero. L'irrequie­tezza e la grandezza dei loro desideri, l'ampiezza delle loro risorse, il gusto dello straordinario, che provano quasi sem­pre coloro che in qualche modo si elevano al di sopra della folla, li spingono ad agire. Davanti a loro si apre solo la stra­da del commercio, e nelle democrazie non vi è nulla di più grande, né di più entusiasmante del commercio. Esso attira gli sguardi del pubblico, riempie l'immaginazione della folla e concentra su di sé tutte le passioni vigorose. Niente po­trebbe impedire ai ricchi di dedicarvisi, né i loro pregiudizi, né quelli di nessun altro. I ricchi, nelle democrazie, non for­mano mai un corpo con costumi e regole proprie: le idee particolari della loro classe non li vincolano, mentre le idee generali del loro paese li sollecitano. E poiché, del resto, le grandi fortune che si vedono all'interno di un popolo demo­cratico hanno quasi sempre un'origine mercantile, occorro­no diverse generazioni prima che i loro possessori abbiano perso del tutto le abitudini degli affari.

Stretti nell'angusto spazio che la politica lascia loro, i ric­chi delle democrazie, dunque, si danno al commercio, ambi­to in cui possono espandersi e mettere a frutto i loro vantag­gi naturali. Ed è proprio dall'audacia stessa e dall'imponen­za delle loro imprese industriali che si deve dedurre quanta poca importanza avrebbero dato all'industria se fossero na­ti in una aristocrazia…

Coloro che vivono in mezzo all'instabilità democratica hanno continuamente sotto gli occhi l'immagine del rischio, e finiscono per amare tutte le imprese in cui il rischio ha un ruolo determinante.

Sono quindi tutti trascinati in direzione del commercio, non soltanto per via del guadagno che promette, ma anche per amore delle emozioni che esso suscita in loro…

Negli Stati Uniti si riescono a realizzare facilmente le maggiori imprese industriali perché tutta la popolazione si occupa di industria, e perché i cittadini più poveri, come i più ricchi, uniscono volentieri in questo i loro sforzi. Si resta dunque di continuo stupiti nel vedere gli immensi lavori ese­guiti senza sforzo da una nazione in cui si può dire che non vi siano ricchi. Gli Americani sono arrivati solo ieri sul suo­lo che abitano, eppure hanno già sovvertito l'ordine della natura a loro vantaggio. Hanno unito l'Hudson al Mississip­pi e messo in comunicazione l'Oceano Atlantico con il Gol­fo del Messico, attraverso più di cinquecento leghe di conti­nente che separano questi due mari. Le più lunghe ferrovie che siano state finora costruite, si trovano in America.

Ma quello che più mi colpisce negli Stati Uniti non è tan­to la straordinaria grandezza di alcune imprese industriali, ma l'innumerevole moltitudine delle piccole imprese.” (p. 186-187)

“Ho mostrato come la democrazia favorisca lo sviluppo delle attività industriali e moltiplichi enormemente il numero de­gli uomini d'industria; vedremo ora attraverso quale via in­diretta l'industria potrebbe a sua volta ricondurre gli uomi­ni in direzione dell'aristocrazia.

È un fatto riconosciuto che, se un operaio si occupa sem­pre e solo dello stesso particolare, il processo produttivo è più facile, più rapido e più economico.

Ed è altrettanto noto che, più un'industria lavora in gran­de, con ingenti capitali e con un ampio credito, più i suoi pro­dotti sono a buon mercato.

Queste verità, intuite da lungo tempo, sono state dimo­strate solo ai nostri giorni. Varie industrie importanti le met­tono già in pratica e, a poco a poco, anche le più piccole se ne impadroniscono.

Non vedo nulla nel mondo politico che debba preoccu­pare maggiormente il legislatore di questi due nuovi assiomi della scienza industriale.

Quando un artigiano si dedica continuamente ed esclusi­vamente alla fabbricazione di un unico oggetto, finisce per eseguire questo lavoro con destrezza singolare; nello stesso tempo, però, perde la facoltà generale di applicare la mente alla direzione del lavoro. Egli diventa ogni giorno più abile e meno ingegnoso, e si può dire che in lui l'uomo si degrada nella stessa misura in cui l'operaio si perfeziona.

Che cosa ci si può aspettare da un uomo che ha passato vent'anni della sua vita a fare teste di spillo? E a che cos'al­tro può ormai applicarsi, in lui, quella poderosa intelligenza umana che spesso ha sovente messo in agitazione il mondo, se non a cercare il miglior sistema per fare teste di spillo?

Quando un operaio ha consumato in questo modo una parte considerevole della sua esistenza, il suo pensiero non riesce più ad andare oltre l'oggetto quotidiano delle sue fa­tiche e il suo corpo ha contratto certe abitudini fisse, da cui non riesce più a liberarsi. Insomma, egli non appartiene più a se stesso, ma alla professione che ha scelto. Le leggi e i co­stumi hanno cercato invano di infrangere tutte le barriere intorno a lui e di aprirgli mille strade diverse in direzione della fortuna: una teoria industriale, più potente dei costumi e delle leggi, lo ha legato a un mestiere e spesso a un luogo che non può abbandonare, gli ha assegnato nella società un certo posto, da cui non può uscire. In mezzo al movimento universale, l'ha reso immobile.

A misura che il principio della divisione del lavoro riceve una più completa applicazione, l'operaio diventa più debole, più limitato e più dipendente. L'arte compie progressi, l'arti­giano retrocede. D'altra parte, a mano a mano che si ci si rende conto con maggiore evidenza che i prodotti di un'in­dustria sono tanto meno costosi quanto più grande è la ma­nifattura e quanto maggiore è il capitale, uomini molto ric­chi e dalle estese conoscenze si fanno avanti, per sfruttare industrie rimaste fino ad allora nelle mani di artigiani igno­ranti o di insufficienti risorse. Ad attirarli sono la grandezza degli sforzi necessari e l'immensità dei risultati da ottenere.

Così, dunque, la scienza industriale da un lato abbassa continuamente la classe degli operai, e dall'altro innalza quella dei padroni.

Mentre l'operaio limita sempre più la sua intelligenza allo studio di un solo particolare, il padrone abbraccia con lo sguardo un vasto insieme, e la sua mente si estende nel­la stessa misura in cui quella dell'altro si restringe. Presto all'operaio non servirà più nient'altro che la forza fisica, senza l'intelligenza; il padrone, invece, ha bisogno della scienza, e quasi della genialità, per avere successo. Uno assomiglia sempre più all'amministratore di un vasto impero, e l'altro a una bestia.

Il padrone e gli operai, allora, non hanno nulla di simile e differiscono ogni giorno di più. Stanno l'uno all'altro come i due anelli estremi di una lunga catena. Ciascuno occupa un posto che è fatto per lui, e dal quale non si muove. L'uno è in una dipendenza continua, stretta e necessaria dell'altro, e sembra nato per obbedire, come l'altro per comandare.

Che cos'è questo se non aristocrazia?

Quando nel corpo della nazione le condizioni si fanno via via più uguali, il bisogno di oggetti manufatti cresce e divie­ne generale, e la vendita a basso prezzo, che mette questi og­getti alla portata di tutti, diventa uno dei maggiori elementi di successo.

Avviene perciò continuamente che uomini più ricchi e più istruiti riversino nell'industria le loro ricchezze e le loro conoscenze e cerchino, con la fondazione di grandi stabili­menti e l'attuazione di una severa divisione del lavoro, di soddisfare i nuovi desideri che si manifestano da ogni parte.

Così, a mano a mano che la massa della nazione volge al­la democrazia, la specifica classe che si occupa dell'industria diventa più aristocratica. Gli uomini appaiono sempre più simili nell'una, e sempre più diversi nell'altra, e la disugua­glianza aumenta nella piccola società, nella stessa misura in cui decresce nella grande.

Ecco dunque che, se si risale alla fonte, sembra di vedere l'aristocrazia uscire, per un impeto naturale, dal seno stesso della democrazia.” (p. 189-191)

“Nei paesi democratici, come altrove, la maggioranza del­le attività produttive è diretta con poca spesa da uomini che, per ricchezza e istruzione, non sono affatto al di sopra del li­vello medio di coloro a cui danno lavoro. Questi imprendi­tori di attività economiche sono assai numerosi e i loro inte­ressi sono diversi; non possono dunque intendersi facilmen­te, né unire i loro sforzi.

D'altro canto, l'operaio dispone quasi sempre di qualche risorsa sicura, che gli permette di rifiutare la sua opera quan­to gli viene negata quella che egli considera la giusta retri­buzione del lavoro.

La continua lotta ingaggiata tra questa due classi in relazio­ne ai salari, vede dunque forze equilibrate e risultati alterni.

Anzi, si può addirittura pensare che alla lunga debba pre­valere l'interesse degli operai, poiché i salari elevati che hanno già ottenuto li rendono sempre meno dipendenti dai loro padroni e, via via che aumenta la loro indipendenza, es­si possono ottenere più facilmente l'aumento dei salari…

Ad una complessiva considerazione delle cose, mi sem­bra dunque lecito affermare che il lento e progressivo au­mento dei salari è una delle leggi generali che reggono le so­cietà democratiche. A mano a mano che le condizioni si fan­no più eguali, i salari aumentano e, a mano a mano che i sa­lari aumentano, le condizioni si fanno più eguali.

Ai nostri giorni, però, si deve considerare una grande e malaugurata eccezione.

In un capitolo precedente ho mostrato come l'aristocra­zia, soppiantata dalla società politica, si sia ritirata in alcuni settori del mondo industriale e vi abbia ristabilito, sotto altra forma, il proprio dominio.

Ciò ha un'enorme influenza sul tasso dei salari.

Siccome occorre essere già molto ricchi per avviare le grandi attività industriali di cui parlo, il numero di coloro che vi si accostano è assai ridotto. Per il fatto di essere poco numerosi, costoro possono facilmente coalizzarsi e fissare a loro piacimento il compenso per il lavoro.

I loro operai, invece, sono assai numerosi e il loro numero aumenta di continuo, poiché di tanto in tanto si attraver­sano periodi di straordinaria prosperità, durante i quali i sa­lari aumentano oltre misura e attraggono nelle manifatture le popolazioni circostanti. Ora, una volta intrapreso questo percorso, abbiamo visto che non si può più uscirne, perché si assumono molto in fretta abitudini fisiche e mentali che ren­dono l'essere umano inadatto ad ogni altro lavoro. Si tratta generalmente di individui limitati per istruzione, iniziativa e risorse e che, perciò, sono quasi del tutto in balìa del padro­ne. Se la concorrenza o altre circostanze fortuite riducono i profitti di quest'ultimo, egli può abbassare i loro salari quasi a suo piacimento, rivalendosi senza difficoltà su di loro per ciò che la sorte gli toglie.” (p. 226-228)

La terza intuizione, infine, riguarda la partecipazione politica dei cittadini alla cosa pubblica. Sia nel primo che nel secondo volume, Tocqueville, come si è visto, esprime una grande ammirazione per il grado di partecipazione dei cittadini americani alla vita pubblica sia a livello di amministrazione locale che attraverso l’associazionismo. Nei cinque anni trascorsi tra le due pubblicazioni, però, l’entusiasmo si appanna. Tocqueville intuisce che quel grado di partecipazione è destinato, come già avviene in Europa, a declinare per il duplice effetto della centralizzazione del potere e per la tendenza dei cittadini, impegnati nell’attività produttiva, a delegare i loro interessi all’assemblea parlamentare, ai deputati. Il destino della democrazia è inesorabilmente di diventare rappresentativa. Il principio della rappresentanza però contiene non poche contraddizioni:

“In America accade normalmente che il deputato non è qualche cosa che per via della sua posizione nell'assemblea. Égli è, perciò, continuamente assillato dal bisogno di acqui­starvi una certa importanza, e sente un esuberante desiderio di manifestarvi le proprie idee ad ogni occasione.

Non è solo la sua vanità a spingerlo su questa strada, ma anche quella dei suoi elettori e la continua necessità di com­piacerli…

In un paese democratico come gli Stati Uniti, il deputa­to non ha quasi mai una presa duratura sull'animo degli elettori. Per quanto piccolo possa essere un corpo elettora­le, l'instabilità democratica fa sì che esso cambi incessante­mente di volto. Bisogna dunque accattivarselo di continuo. Il deputato non è mai sicuro degli elettori e, se questi lo ab­bandonano, rimane senza alcuna risorsa, poiché per natura non occupa una posizione tanto elevata da poter essere vi­sibile a coloro che non gli sono vicini e, nell'assoluta indi­pendenza in cui vivono i cittadini, non può neppure spera­re che i suoi amici o il governo lo imporranno facilmente a un corpo elettorale che non lo avrà conosciuto. Tutti i ger­mi della sua fortuna sono dunque riposti nella circoscrizio­ne che egli rappresenta: è solo partendo da quell'angolo di terra, che egli può elevarsi a comandare il popolo e a in­fluire sui destini del mondo.

È naturale, perciò, che nei paesi democratici i membri delle assemblee politiche tengano ai loro elettori più che al loro partito, mentre nelle aristocrazie si occupano più del lo­ro partito che dei loro elettori.

Ora, quello che bisogna dire per piacere agli elettori non è sempre ciò che sarebbe opportuno fare persservire conve­nientemente l'opinione politica professata.

L'interesse generale di un partito è spesso che il deputa­to che ne fa parte non parli mai dei grandi affari che non ca­pisce bene, che parli poco dei piccoli, che potrebbero osta­colare il procedere dei grandi e infine, ancor più spesso, che taccia del tutto. Mantenere il silenzio è il servizio più utile che un oratore mediocre possa rendere alla cosa pubblica.

Ma non è così che la pensano gli elettori.

La popolazione di una circoscrizione incarica un cittadi­no di partecipare al governo dello Stato, perché si è fatta un'idea molto alta dei suoi meriti. Dal momento che gli uo­mini sembrano tanto più grandi, quanto più piccoli sono gli oggetti che li circondano, c'è da credere che l'opinione che ci si farà del mandatario sarà tanto più alta quanto più scar­seggeranno i talenti tra coloro che egli rappresenta. Succe­derà, quindi, spesso che quanto più gli elettori spereranno nel loro deputato, tanto meno avranno da aspettarsi da lui e, per incapace che egli possa essere, non mancheranno di esi­gere da lui sforzi notevoli, che corrispondano al rango da lo­ro stessi conferitogli.

Oltre che il legislatore dello Stato, e indipendentemente da questo, gli elettori vedono ancora nel loro rappresentan­te il protettore naturale della circoscrizione nell'ambito del­l'assemblea legislativa; addirittura lo considerano quasi il mandatario di ciascuno di coloro che lo hanno eletto, e si il­ludono che egli si applicherà a far valere i loro interessi par­ticolari con lo stesso zelo con cui difenderà quelli del paese. Perciò gli elettori non hanno dubbi che il deputato che sceglieranno sarà un oratore, che parlerà più spesso che po­trà e che, nel caso in cui dovesse contenersi, per lo meno si sforzerà di inserire nei suoi rari discorsi l'esame di tutti i maggiori affari di Stato, assieme all'esposizione di tutti i piccoli torti di cui hanno personalmente da lagnarsi, cosicché, non avendo la possibilità di mettersi spesso in luce, faccia ve­dere ad ogni singola occasione quello che è in grado di fare e, invece di diffondersi continuamente, si restringa di tanto in tanto in poco spazio, fornendo in questo modo una sorta di concentrato brillante e completo dei suoi committenti e di se stesso. A tal prezzo essi promettono i loro futuri suffragi.

Questo spinge alla disperazione certe oneste mediocrità che, conoscendo se stesse, non si sarebbero mai messe in mo­stra di loro iniziativa. Sollecitato da tutto ciò, il deputato prende la parola, con grande pena dei suoi amici e, buttan­dosi imprudentemente in mezzo ai più celebri oratori, in­tralcia il dibattito e annoia l'assemblea.

Tutte le leggi che tendono a rendere l'eletto più stretta­mente dipendente dall'elettore non modificano soltanto il comportamento dei legislatori, come ho già fatto notare in altra occasione, ma anche il linguaggio. Influiscono contem­poraneamente sugli affari e sul modo di parlarne.

Non esiste, per così dire, membro del Congresso che sia disposto a tornare ai suoi luoghi natali senza essersi fatto precedere da almeno un discorso, né che sopporti di essere interrotto senza aver potuto includere nella sua concione tutto quanto si può dire di utile ai ventiquattro Stati da cui l'Unione è composta, e specialmente al distretto che egli rap­presenta. Snocciola quindi l'una dopo l'altra davanti ai suoi uditori grandi verità generali che spesso nemmeno lui cono­sce e che indica solo confusamente, e piccoli fatti particolari molto specifici che non gli riesce troppo facile di individuare e di esporre. Così succede spesso che, all'interno di quel grande organismo che è il Congresso, la discussione diventi generica e faticosa, e che essa sembri piuttosto trascinarsi verso lo scopo prefissatosi, invece di procedervi spedita.

Penso che si assisterà sempre a qualcosa di analogo nelle assemblee politiche delle democrazie.” (p. 107-109)

Il significato di questa analisi del ruolo dei deputati è tutt’altro che impietosa. L’assemblea parlamentare ha come suo scopo istituzionale quello di tener conto degli interessi parziali e privati che i cittadini affidano ai loro rappresentanti in maniera tale da giungere a leggi il cui fine è la loro tutela in accordo con il bene comune, valore supremo della democrazia e espressione immediata dell’uguaglianza. La dipendenza dei deputati dal loro corpo elettorale comporta però il pericolo costante che essi debbano tentare di far prevalere interessi parziali rispetto a quelli generali.

Il rischio, insomma, è che anche a livello parlamentare si realizzi la tirannia della maggioranza nella sua forma peggiore, quella della legge del più forte.

9.

Quelli illustrati sono i nodi essenziali del secondo volume de La democrazia in America. Come accade con tutte le grandi opere, è superfluo aggiungere che più la si legge più si trovano spunti e prospettive di riflessione che hanno una grande densità filosofica e spesso attestano una capacità intuitiva profetica che può essere paragonata solo a quella di Marx.

Tocqueville – pare – non ha mai letto nulla di Marx e, forse, ne ignorava addirittura il nome.

Un confronto tra Tocqueville e Marx sarebbe fuori luogo.

Nel terzo articolo di riflessione sull’opera e l’attualità del pensiero dell’autore normanno sarà però impossibile non dire qualcosa a riguardo.